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Un ricordo, per Franco Balan

Ho visto Franco Balan, la prima volta, nel 1977 quando, in una vacanza a Chatillon, mi sono imbattuto, nella vetrina di un bar, in uno dei suoi manifesti per la ‘Marcia Gran Paradiso’. Era la figuretta di una montanara, a braccia aperte e accoglienti, in costume tipico valdostano e con ai piedi la teoria dei partecipanti alla gara di gran fondo.

Qualche tempo dopo, ai tempi beati e entusiasti della ‘pubblica utilità’, cominciai a incontrarlo ‘dal vero’. Aveva già allora i capelli lunghi e la barba (ma all’epoca erano scuri) e non avevano ancora preso quel candore di neve che avrebbe caratterizzato i suoi anni recenti.

Ci riunivamo spesso, in quel periodo (con Gigi ed Enrico dei Tapiro, con Pino e Gelsomino dello studio Segno, con Giovanni Lussu, con Franco Torri, con Gianni Sassi…), e Franco aveva sempre con sé un rotolo dei suoi manifesti recenti, che stendeva su un tavolo improvvisato e lasciava là perché tutti noi li guardassimo, li ammirassimo, ne invidiassimo la forza fantastica.

Franco, in quelle occasioni, ci offriva i brandelli più autentici e veri della sua terra, le immagini della fiera millenaria, i galletti in legno, le grolle. Portava con sé l’elaborazione grafica con cui ricreava, giorno dopo giorno, l’idea della Valle, la sua storia, la cronaca, la mitologia, il mistero.

La leggenda ci dice che Franco Balan aveva disegnato più di tremila manifesti e un numero imprecisato di schizzi e ‘pizzini’ che, sparsi per le tasche e accatastati nei cassetti del suo studio, servivano da promemoria e progetto. In quegli schizzi c’è tutta la storia dell’artista Balan e dell’operatore culturale Balan, capace di metabolizzare tutti gli umori della grafica mondiale, di organizzarla e restituirla come ‘servizio’ alla sua gente. Da quei ‘pizzini’ e da quelle immagini occhieggiano qua e là le suggestioni della sua vita montanara e internazionale, i rimandi coltissimi e ingenui, i continui riferimenti amicali.

Ci sarà però momento più opportuno per celebrare degnamente uno dei grandi grafici della nostra epoca. Adesso questi appunti confusi vanno all’amico e i ricordi che si affollano sono defilati e marginali: la sua voce al telefono che concludeva sempre con “ciao, ciao, ciao, ciao,,,,” sfumato lontano cone un’eco, il volto della cassiera del bar, stupefatta che quell’ometto piccolo e barbuto, quasi saltellante, le chiedesse uno sconto su prezzo del caffè, il biglietto d’invito per la sua mostra, con la data sbagliata e senza indicazione del luogo.

In altri tempi avevo parlato di Franco, piccolo com’era, come di uno di quei nani da giardino che venivano allora portati in giro per il mondo, ma l’avevo anche chiamato ‘gran re sotto la montagna’. Adesso il re riposerà all’ombra dei suoi monti e lo gnomo ha fermato i suoi passi. La Valle d’Aosta è, oggi, un po’ più sola e lontana.

Andrea Rauch


(19 Apr 2013 )




Aiap
via Ponchielli, 3
20129 Milano

18 January 2021

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