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La nuova identità visiva della città di Roma: un’occasione per riflettere

Il 10 febbraio è stata presentata a Roma la nuova identità visiva della città. Declinata in due loghi, uno istituzionale – sostanzialmente un restyling del precedente – che perde la dicitura “capitale” a favore di “Roma” con lo storico stemma con la scritta SPQR, l’altro, definito “relazionale”, dove al posto della corona nello stemma c’è la dicitura “Rome & You”.

Inevitabili le polemiche, tra le quali spicca quella di alcuni militanti del Fronte delle Gioventù che in Aula Giulio Cesare hanno fatto il saluto fascista inneggiando ai valori morali e identitari evocati dall’antico simbolo. 

Non si vuole qui entrare nel merito delle critiche sul valore estetico dell’identità visiva né tantomeno sui costi dell’operazione – a quanto riportato dai media piuttosto economico, 20.000 euro per l’intero progetto, realizzato dall’agenzia Inarea.

Ciò che si vuole indagare è il processo metodologico che la pubblica amministrazione dovrebbe attuare nel momento in cui avverte la necessità di comunicare una nuova immagine, di cui la realizzazione concreta del logo è solo l’ultima fase.

 

Una piccola cronistoria

Dal 2004 ad oggi il logo di Roma è cambiato tre volte. Nel 2004 l’agenzia Inarea intraprende un processo di sistematizzazione dell’identità visiva del Comune di Roma. L’antico stemma municipale viene ridisegnato e modernizzato. In una seconda fase si progetta un carattere ad hoc, in maiuscolo coerentemente ai primi lapidari e alla rustica. Si decide successivamente di utilizzare la dicitura “capitale” accanto  a “Roma”.

Nel 2009 viene indetto un bando di concorso per la realizzazione di un logo per la promozione turistica e culturale della città, ovvero il simbolo che presenti Roma al mondo. Un anno dopo viene presentato il logo vincitore, progettato da Mediapeople di Torino, raffigurante la lupa capitolina su di un capitello, con la dicitura Roma composta con uno script alquanto approssimativo e del tutto slegato dalla storia della città. Il logo fu molto criticato, e a giusta ragione (v. “Progetto grafico” n° 18/2010, http://www.aiap.it/notizie/12168/16). Fu molto criticato anche il briefing legato a quel concorso, nel quale si richiedeva espressamente la presenza, nel logo, della Lupa Capitolina e del Capitello. In quell’occasione molti progettisti e non solo, insorsero laddove quella richiesta appariva come un espediente per lanciare messaggi di propaganda e, al tempo stesso, limitava (censurava?) la capacità di un progettista di prefigurare un sistema di identità meno ideologico e che potesse essere più legato agli scenari contemporanei della capitale.

 

Qualche considerazione

A cinque anni di distanza si propone una nuova immagine, molto più “friendly”, come si usa dire oggi, con un ammiccamento linguistico mainstream (l’utilizzo dell’inglese persino per “Roma”, che diventa “Rome”).

Di sicuro la necessità di fare ordine era diventata quanto mai improrogabile e in tal senso, in tempi di spending review, si colloca probabilmente la decisione della pubblica amministrazione di affidare all’agenzia che già aveva curato il restyling del logo istituzionale il compito di definire la nuova identità visiva.

È anche vero che (abitudine tutta italiana) a ogni cambio di giunta si ritiene di dover rinnovare l’immagine della città, vanificando il lavoro svolto precedentemente.

Sorgono allora alcune domande: 

È proprio necessario a ogni cambio di giunta cambiare sistema di identità della città? Oppure l’identità di un luogo dovrebbe essere autonoma, autorevole, libera da qualsiasi condizionamento e fondata su valori più universali e duraturi che non essere invece assimilata al governo pro-tempore?

È proprio necessario immaginare che una città, un territorio, debbano affidare a un sistema botton up, di merceologica visione, la comunicazione dei propri valori, oppure non sarebbe più decoroso commissionare a designer, tramite affido diretto o anche concorso, dei “prodotti d’autore” in grado di veicolare le valenze simboliche, immaginifiche, poetiche, di un luogo? 

Ed è legittimo quindi chiedersi se sia stata fatta una corretta analisi preliminare, attraverso un’analisi del posizionamento, una ricerca presso la cittadinanza e i turisti, una riflessione della PA su ciò che si vuole comunicare all’opinione pubblica. I modelli esistono e sono stati già applicati, nel mondo e in Italia, come ad esempio il concorso per il logo di Bologna (http://www.aiap.it/documenti/14401/193), costruito attraverso una lunga fase non solo di condivisione e riflessione, ma soprattutto utile a definire il posizionamento strategico della città.

Di questi tempi la superficialità pare essere l’approccio vincente a ogni tipo di operazione culturale. E sembra anche che i concorsi di City Branding stiano diventando la panacea con la quale far credere di poter risolvere problemi di gestione delle città complesse come quelle italiane. Viceversa, sarebbe più corretto immaginare, soprattutto per una città come Roma, che un processo di definizione più attento e lungimirante possa portare risultati più illuminanti.

Aiap si rende disponibile a confronti e affiancamenti alle PPAA. E lo fa da anni ormai, ma certo, si deve avere la volontà, politica, strategica e, sicuramente anche culturale, di avviare percorsi metodologici di senso, in grado di promuovere un approccio metodologico differente.

Ci sembra che la città di Roma stia perdendo, ancora una volta, un’occasione politica di dotare la sua città di un sistema identitario che possa far corrispondere all’apparato formale e testuale una serie di contenuti, un posizionamento strategico e ancor di più, una visione futura.

La mancanza di un’identità costruita attraverso queste metodologie, questi saperi e questa capacità registica mina la costruzione stessa dei valori identitari e dei valori di reputazione che un brand deve avere.

Soprattutto elude l’attore principale dei processi di comunicazione, quell’utente finale, cui forse si dovrebbe iniziare a guardare con maggiore attenzione.


(30 mar 2015 )


 

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21 agosto 2017

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